LA FEDE TRASMESSA UNA VOLTA PER SEMPRE
Primo periodo · L’età apostolica (30 – 100 d.C.) · Il deposito della fede, le filosofie incontrate, le prime eresie, le prime persecuzioni
Che cos’è una dottrina, che cos’è un’eresia Il metodo di questo dossier e le parole che useremo
«Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre» (Giuda 3). In questa frase c’è tutto il programma delle sei schede di Dottrina: esiste una fede trasmessa, un deposito ricevuto dagli apostoli e consegnato alla Chiesa; esiste chi la insegna fedelmente; esiste chi, «introdottosi di nascosto» (Giuda 4), la altera. La storia della dottrina cristiana è la storia di questo combattimento, periodo per periodo, dalla Pentecoste a oggi.
Le parole che useremo vengono tutte dal Nuovo Testamento. Dottrina (didaché, didaskalía) è l’insegnamento: «perseveravano nella dottrina degli apostoli» (Atti 2:42); «la sana dottrina» (1 Timoteo 1:10; Tito 2:1). Eresia (haíresis) in origine significa «scelta», «partito», «scuola»: così Luca chiama «la setta dei Sadducei» (Atti 5:17) e i Giudei chiamano i cristiani «la setta dei Nazareni» (Atti 24:5). Ma già Paolo la elenca fra le opere della carne, accanto alle «divisioni» (Galati 5:20), e Pietro parla di falsi dottori che «introdurranno occultamente eresie di perdizione» (2 Pietro 2:1): un insegnamento che divide la Chiesa perché nega una verità ricevuta. Tito riceve la regola: «L’uomo settario, dopo una prima e una seconda ammonizione, evitalo» (Tito 3:10).
Ogni scheda di questa serie segue lo stesso ordine: prima il deposito, cioè le dottrine che la Chiesa confessava in quel periodo e i testi in cui le formulò; poi le correnti incontrate, filosofie e religioni con cui il Vangelo dovette misurarsi; poi le eresie nate dentro la Chiesa, con i loro maestri, ciò che negavano e la risposta che ricevettero; infine le persecuzioni, dei governi e, dal quarto periodo in poi, della chiesa di Roma. Ogni affermazione è accompagnata dal passo biblico o dal documento antico che la sostiene: in questo primo periodo le fonti sono gli Atti, le lettere, l’Apocalisse e, fuori dalla Bibbia, gli storici romani Tacito e Svetonio, lo storico giudeo Giuseppe Flavio e i primi scritti cristiani non ispirati, la Didaché e la lettera di Clemente.
Ritieni il modello delle sane parole che hai udite da me, con la fede e l’amore che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi.
2 Timoteo 1:13-14
Le dottrine degli apostoli Dal primo sermone di Pietro alla teologia di Giovanni
La Chiesa non è nata con un catechismo in mano. È nata con un annuncio: «Questo Gesù, che voi avete crocifisso, Dio lo ha fatto Signore e Cristo» (Atti 2:36). Il primo sermone cristiano, pronunciato da Pietro il giorno di Pentecoste, contiene già in germe tutte le dottrine: Gesù di Nazaret, accreditato da Dio con miracoli; consegnato e crocifisso «per il determinato consiglio e la prescienza di Dio»; risuscitato, perché «non era possibile che fosse trattenuto dalla morte»; innalzato alla destra di Dio; datore dello Spirito, «come voi vedete e udite»; la risposta richiesta: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo» (Atti 2:22-38). Gli studiosi chiamano questo nucleo kerygma, «proclamazione»: lo ritroviamo identico nei discorsi di Pietro a Cesarea (Atti 10:36-43) e di Paolo ad Antiochia di Pisidia (Atti 13:26-39).
Da questo annuncio nacque subito un insegnamento stabile. Luca descrive la chiesa di Gerusalemme con quattro parole: «Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere» (Atti 2:42). La «dottrina degli apostoli» viene prima: ciò che gli apostoli avevano ricevuto da Gesù in tre anni di scuola itinerante e ciò che lo Spirito, come promesso, «insegnava e ricordava» loro (Giovanni 14:26). Quando Paolo scrive ai Corinzi, verso il 55, cita già una formula che lui stesso aveva ricevuto e trasmesso: «Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; fu seppellito; è risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; apparve a Cefa, poi ai dodici» (1 Corinzi 15:3-5). È la più antica confessione di fede cristiana, formulata a pochi anni dalla risurrezione.
Le lettere: la dottrina messa per iscritto
Fra il 49 e il 100 circa la dottrina degli apostoli fu fissata nelle lettere e nei Vangeli. Non per un piano sistematico, ma per rispondere a domande e a errori concreti: i Galati tentati dalla circoncisione, i Corinzi divisi e disordinati nel culto, i Colossesi affascinati da una «filosofia», i Tessalonicesi inquieti sul ritorno del Signore, gli Ebrei tentati di tornare al Tempio, le chiese di Giovanni turbate da chi negava che Cristo fosse venuto «in carne». Ogni eresia, come vedremo, ha avuto il risultato paradossale di far scrivere una pagina della Bibbia. La tavola seguente raccoglie le dottrine formulate in questo periodo e i testi in cui furono fissate.
| Dottrina | Testi chiave | Come la formularono gli apostoli |
|---|---|---|
| LA SCRITTURAIspirazione e autorità | 2 Timoteo 3:15-17 · 2 Pietro 1:20-21 · 2 Pietro 3:15-16 · Atti 17:11 | «Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare». Le Scritture ebraiche sono citate come Parola di Dio da Gesù e dagli apostoli; Pietro mette già le lettere di Paolo accanto «alle altre Scritture». La Chiesa nasce sotto un testo, non sopra di esso. |
| DIO UNO E TRINOPadre, Figlio, Spirito | Matteo 28:19 · 2 Corinzi 13:13 · 1 Corinzi 8:6 · Efesini 4:4-6 | Il monoteismo d’Israele («Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore») resta intatto, ma il Nome in cui si battezza è uno e triplice. La parola «Trinità» non c’è ancora: ci sono i fatti e la formula battesimale che la impongono. |
| LA PERSONA DI CRISTOVero Dio, vero uomo | Giovanni 1:1-14 · Filippesi 2:5-11 · Colossesi 1:15-20; 2:9 · Ebrei 1:1-4 · 1 Giovanni 4:2 | «La Parola era Dio… e la Parola è diventata carne». L’inno di Filippesi («essendo in forma di Dio… prese forma di servo») e quello di Colossesi («in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità») sono le prime formulazioni cristologiche, scritte prima di ogni eresia cristologica e contro di esse. |
| LA GIUSTIFICAZIONE PER FEDELa grazia, non le opere | Romani 3:21-28; 5:1 · Galati 2:16 · Efesini 2:8-9 · Giacomo 2:14-26 | «L’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge». Nata dal conflitto con i giudaizzanti, è la dottrina che l’Era IV riscoprirà con Lutero. Giacomo la custodisce dall’abuso: la fede che non opera è morta. |
| LO SPIRITO SANTOPersona, battesimo, doni | Giovanni 14-16 · Atti 1:8; 2:1-21; 10:44-48; 19:1-7 · 1 Corinzi 12-14 · Romani 8 | Lo Spirito è «un altro Consolatore», persona che parla, manda, vieta (Atti 13:2; 16:6). Il battesimo nello Spirito con il segno delle lingue a Gerusalemme, Cesarea, Efeso; i doni regolati «per l’edificazione» a Corinto. È il deposito che il sesto periodo riscoprirà. |
| LA CHIESACorpo, tempio, sposa | Matteo 16:18 · Atti 6:1-6; 14:23; 20:28 · Efesini 2:19-22; 4:11-16 · 1 Timoteo 3 · Tito 1:5-9 | Assemblea dei chiamati, corpo di Cristo con molte membra, edificata «sul fondamento degli apostoli e dei profeti». Ministeri: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e dottori; anziani (vescovi) e diaconi scelti per qualità morali, non per rango. |
| IL BATTESIMO E LA CENALe due ordinanze | Matteo 28:19 · Atti 2:38; 8:36-39 · Romani 6:3-4 · 1 Corinzi 11:23-29 | Battesimo per immersione di chi crede, segno della sepoltura e risurrezione con Cristo; Cena del Signore «in memoria di me», annuncio della sua morte «finché egli venga». Nessun sacerdozio umano intermedio: «voi siete un sacerdozio regale» (1 Pietro 2:9). |
| LA SANTIFICAZIONELa vita nuova | Romani 6; 12:1-2 · 1 Tessalonicesi 4:3 · 1 Pietro 1:15-16 · Galati 5:16-25 | «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione». Né legalismo né libertinismo: il frutto dello Spirito contro le opere della carne. Contro i giudaizzanti da un lato, contro i «nicolaiti» e i libertini dall’altro. |
| LA RISURREZIONE E IL RITORNOEscatologia | 1 Corinzi 15 · 1 Tessalonicesi 4:13-5:11 · 2 Tessalonicesi 2 · Apocalisse 1:7; 20-22 | Risurrezione corporea dei credenti, ritorno visibile del Signore, giudizio, nuovi cieli e nuova terra. Formulata contro chi negava la risurrezione (Corinto, Imeneo) e contro chi diceva che il Giorno era già venuto (Tessalonica). |
Fariseo «quanto alla legge», allievo di Gamaliele a Gerusalemme, cittadino romano, cresciuto a Tarso, città di scuole stoiche. Persecutore della Chiesa, convertito sulla via di Damasco intorno al 34, dopo tre anni in Arabia e quattordici di silenzio a Tarso e Antiochia divenne l’apostolo dei Gentili. Tredici lettere portano il suo nome: in esse la dottrina cristiana trova per la prima volta la sua forma argomentata, dalla giustificazione per fede (Romani, Galati) alla persona di Cristo (Colossesi, Filippesi), dalla Chiesa (Efesini) all’ordine dei ministeri (lettere a Timoteo e Tito). Fu lui a incontrare, nome per nome, le filosofie e le eresie di questo periodo: gli Stoici e gli Epicurei ad Atene, i giudaizzanti in Galazia, i negatori della risurrezione a Corinto, i «filosofi» di Colosse, gli esoterici di Efeso. Decapitato a Roma sotto Nerone, secondo la tradizione sulla via Ostiense.
Pescatore di Betsaida, figlio di Zebedeo, uno dei tre più vicini al Signore. Colonna della chiesa di Gerusalemme con Pietro e Giacomo (Galati 2:9), poi, secondo la testimonianza unanime del II secolo, pastore a Efeso. Sopravvisse a tutti gli altri apostoli e scrisse per ultimo: il quarto Vangelo, che comincia da «la Parola era Dio»; tre lettere, scritte contro chi negava che Gesù Cristo fosse «venuto in carne»; l’Apocalisse, ricevuta nell’isola di Patmos «a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (Apocalisse 1:9), sotto Domiziano. Ireneo, che aveva ascoltato Policarpo, discepolo di Giovanni, racconta che l’apostolo, entrato nelle terme di Efeso e saputo che vi era l’eretico Cerinto, uscì di corsa gridando: «Fuggiamo, che non crolli l’edificio, perché c’è dentro Cerinto, il nemico della verità» (Contro le eresie III,3,4). Con Giovanni si chiude l’età apostolica e il canone del Nuovo Testamento.
Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture.
1 Corinzi 15:3-4
Le filosofie e le religioni incontrate negli Atti Sadducei e Farisei, Stoici ed Epicurei, maghi, dèi di città e culto dell’imperatore
Il Vangelo non si diffuse nel vuoto. Entrò in un mondo che aveva già le sue risposte sulla divinità, sulla morte, sul destino, sul modo di vivere bene: le scuole filosofiche greche, le sette del giudaismo, i culti delle città, la magia, la religione dell’Impero. Il libro degli Atti è il resoconto, città per città, di questi incontri. Studiarli non è curiosità archeologica: le stesse idee torneranno, sotto altri nomi, in ogni era successiva. L’idea epicurea che gli dèi non si curano del mondo riapparirà nel deismo del Settecento; l’idea stoica che tutto è governato da un destino impersonale riapparirà nel fatalismo di ogni epoca; la negazione sadducea della risurrezione è quella del modernismo teologico del Novecento. Paolo le incontrò per primo, e per primo rispose.
Atene, anno 51: Stoici ed Epicurei
Luca racconta che Paolo, «mentre aspettava ad Atene, sentiva fremere lo spirito dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (Atti 17:16). Discuteva nella sinagoga e ogni giorno sulla piazza, l’agorà, «con quelli che vi si trovavano». Qui lo intercettarono «alcuni filosofi epicurei e stoici», le due scuole dominanti del mondo ellenistico, e il giudizio fu sprezzante: «Che cosa vuol dire questo ciarlatano?» (letteralmente spermológos, «raccoglitore di semi», il passerotto che becca briciole di idee altrui); altri: «Sembra essere un annunciatore di divinità straniere», perché, spiega Luca, «annunciava Gesù e la risurrezione» (Iesoûs e Anástasis, scambiati forse per una coppia di divinità).
Il discorso dell’Areopago (Atti 17:22-31) è il primo confronto scritto fra la fede cristiana e la filosofia. Paolo non cita la Scrittura, che i suoi ascoltatori non conoscevano, ma parte dal loro mondo: l’altare «al dio sconosciuto», un verso del poeta stoico Arato («poiché siamo anche sua progenie», Fenomeni 5) e uno attribuito a Epimenide di Creta («in lui viviamo, ci muoviamo e siamo»). Poi, una a una, smonta le tesi delle due scuole: Dio non abita in templi fatti da mani d’uomo e non ha bisogno di nulla (contro il culto delle città); ha creato ogni cosa e ha fissato i tempi e i confini dei popoli (contro il caso degli Epicurei e il fato degli Stoici); non è lontano e indifferente, ma vicino (contro gli dèi epicurei); non è l’anima del mondo né oro, argento o pietra (contro il panteismo stoico e l’idolatria); ha fissato un giorno in cui giudicherà il mondo per mezzo di un uomo che ha risuscitato dai morti. Qui l’uditorio esplose: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano, altri dicevano: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”». Ma «alcuni si unirono a lui e credettero; fra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna di nome Damaris e altri con loro» (17:32-34).
Zenone di Cizio · la Stoà
Epicuro · il Giardino
Seneca · lo stoico di Nerone
Delfi · l’iscrizione di Gallione
Le due scuole, in breve
- Gli Stoici (da Zenone di Cizio, che insegnava nel «portico dipinto», stoà poikíle, di Atene): tutto è materia animata da un Logos, ragione divina che pervade il cosmo e coincide con il Fato; la virtù consiste nel vivere «secondo natura», accettando ciò che accade senza turbamento (apátheia); il mondo finirà in una conflagrazione e ricomincerà identico, per sempre. Grandi nomi: Cleante, Crisippo, Seneca, Epitteto, Marco Aurelio. Vicini a Paolo nell’etica del dominio di sé, lontanissimi nel Dio personale, nella creazione, nella risurrezione.
- Gli Epicurei (da Epicuro, che insegnava nel suo «Giardino»): tutto è atomi e vuoto; gli dèi esistono ma vivono beati negli spazi fra i mondi e non si curano degli uomini; l’anima è materiale e si dissolve con il corpo, «la morte non è nulla per noi»; il bene è il piacere, inteso come assenza di dolore e di turbamento (ataraxía). Il poeta Lucrezio ne fece il poema La natura delle cose. Contro di loro Paolo annuncia un Dio che «non è lontano da ciascuno di noi» e «un giorno» fissato per il giudizio.
- Che cosa li univa: la convinzione che la religione popolare fosse superstizione, che la saggezza fosse una tecnica del vivere e che un corpo risorto fosse un’assurdità. Per questo l’Areopago rise alla parola anástasis. E per questo Paolo, a Corinto, decise di «non sapere altro che Gesù Cristo, e lui crocifisso» (1 Corinzi 2:2): «i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso… pazzia per i Greci» (1 Corinzi 1:22-23).
Le sette del giudaismo
Prima ancora dei Greci, la Chiesa incontrò le correnti del giudaismo da cui era nata. I Sadducei, l’aristocrazia sacerdotale che controllava il Tempio e il Sinedrio, «dicono che non c’è risurrezione, né angelo, né spirito» (Atti 23:8): furono i primi persecutori, «indignati perché annunciavano in Gesù la risurrezione dei morti» (Atti 4:1-2). I Farisei, maestri della Legge e della tradizione orale, credevano nella risurrezione e negli angeli: da loro vennero Paolo, Gamaliele che consigliò prudenza al Sinedrio (Atti 5:34-39) e i «credenti della setta dei Farisei» che a Gerusalemme pretesero la circoncisione dei pagani (Atti 15:5). Gli Zeloti, i rivoluzionari: Luca ricorda Giuda il Galileo e Teuda (Atti 5:36-37) e «l’Egiziano» con i suoi quattromila sicari (Atti 21:38); uno dei Dodici si chiamava «Simone lo Zelota». Gli Erodiani, il partito della dinastia di Erode, alleati dei Farisei contro Gesù (Marco 3:6). Gli Esseni, infine, la comunità del deserto di Qumran, che il Nuovo Testamento non nomina ma di cui i manoscritti del Mar Morto hanno rivelato l’attesa del Messia, il battesimo rituale, il dualismo fra «figli della luce» e «figli delle tenebre».
Da questo mondo la Chiesa ereditò il monoteismo, le Scritture, la sinagoga come modello di assemblea, la speranza della risurrezione. E da questo mondo le venne la prima tentazione dottrinale: fare del cristianesimo una variante del giudaismo, imponendo la Legge ai pagani convertiti. Ne parleremo nel Libro III.
Maghi, dèi di città, spiriti: la religione delle piazze
Fuori dalla sinagoga e dalle scuole, il Vangelo incontrò la religione concreta dell’Impero. A Samaria Simone il mago «incantava la gente» e si faceva chiamare «la potenza di Dio, quella che è chiamata la Grande»; credette, fu battezzato, poi offrì denaro a Pietro per avere il potere di dare lo Spirito Santo: «Il tuo denaro vada con te in perdizione» (Atti 8:9-24). Da lui la parola «simonia». A Cipro il mago giudeo Elima Bar-Gesù cercò di distogliere il proconsole dalla fede e fu colpito da cecità (Atti 13:6-12). A Listra la folla scambiò Paolo e Barnaba per Hermes e Zeus e il sacerdote di Zeus portò tori e corone per sacrificare loro (Atti 14:11-18). A Filippi una schiava «con uno spirito di divinazione» (pýthon, lo spirito dell’oracolo di Delfi) seguiva Paolo gridando, finché egli scacciò lo spirito e i padroni, perduto il guadagno, li fecero battere con le verghe (Atti 16:16-24). A Efeso, capitale della magia antica, «molti di quelli che avevano esercitato le arti magiche portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento» (Atti 19:19); e l’argentiere Demetrio, che fabbricava tempietti d’argento di Artemide, sollevò la città al grido «Grande è l’Artemide degli Efesini!» (Atti 19:23-41).
Sopra tutti questi culti stava la religione dell’Impero: il culto dell’imperatore. Augusto era stato divinizzato dopo la morte; Caligola e poi Domiziano pretesero onori divini da vivi, e Domiziano si fece chiamare «signore e dio nostro» (Svetonio, Domiziano 13). Nelle città dell’Asia i templi «di Roma e di Augusto» erano il centro della vita civica, e Pergamo, la prima città a erigerne uno, è chiamata nell’Apocalisse il luogo «dove è il trono di Satana» (Apocalisse 2:13). Qui il conflitto non fu filosofico ma politico: chi non diceva «Cesare è Signore» era un nemico dello Stato. La confessione «Gesù è il Signore» (Romani 10:9; 1 Corinzi 12:3), per un cristiano del primo secolo, era già una scelta che poteva costare la vita.
| Corrente | Che cosa credeva | L’incontro | La risposta apostolica |
|---|---|---|---|
| SADDUCEIAristocrazia del Tempio | Solo la Legge scritta; nessuna risurrezione, né angeli, né spiriti; collaborazione con Roma. | Atti 4:1-3; 5:17-18; 23:6-8 | «Dio ha risuscitato questo Gesù, e noi tutti ne siamo testimoni» (Atti 2:32). Con la fine del Tempio (70) i Sadducei scompaiono dalla storia. |
| FARISEIMaestri della Legge | Legge scritta e tradizione orale; risurrezione, angeli, giudizio; separazione dai pagani. | Atti 5:34; 15:5; 23:6-9; Filippesi 3:5 | La giustizia non viene dalla Legge ma dalla fede (Filippesi 3:9). Alcuni credettero: Paolo, Nicodemo, i «credenti farisei» di Atti 15. |
| STOICIZenone, Seneca, Epitteto | Logos-fato che pervade tutto; Dio = anima del mondo; virtù come impassibilità; eterno ritorno. | Atti 17:18-34; Tarso, patria di Paolo e di scuole stoiche | Dio personale e creatore, «non lontano da ciascuno di noi»; un giorno fissato per il giudizio; risurrezione. |
| EPICUREIEpicuro, Lucrezio | Atomi e vuoto; dèi indifferenti; anima mortale; piacere come assenza di dolore. | Atti 17:18-32 | «Mangiamo e beviamo, perché domani morremo» è citato e rovesciato da Paolo in 1 Corinzi 15:32: se i morti non risuscitano, avrebbero ragione loro. |
| MAGIA E DIVINAZIONESimone, Elima, i figli di Sceva | Potere sugli spiriti mediante formule, nomi, libri; mescolanza di giudaismo e paganesimo. | Atti 8:9-24; 13:6-12; 16:16-18; 19:13-20 | Il dono di Dio non si compra; i libri magici bruciati; il nome di Gesù non è una formula ma una persona (19:15). |
| CULTI CIVICIZeus, Artemide, Dioniso | Ogni città ha i suoi dèi protettori; templi, feste, corporazioni di artigiani legate al culto. | Atti 14:11-18; 19:23-41; 1 Corinzi 8-10 | «Convertitevi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo e la terra» (Atti 14:15); «un idolo non è nulla nel mondo» (1 Corinzi 8:4). |
| CULTO IMPERIALECesare «Signore e Dio» | L’imperatore come divinità; sacrificio al suo genio come prova di lealtà. | Apocalisse 2:13; 13; 17-18; 1 Pietro 2:13-17 | Onorare il re, ma «Gesù è il Signore»; la bestia e Babilonia; «bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini» (Atti 5:29). |
Lucio Anneo Seneca, spagnolo di Cordova, fu il più celebre stoico del secolo di Paolo: precettore e poi ministro di Nerone, autore delle Lettere a Lucilio, costretto al suicidio nel 65 dopo la congiura dei Pisoni. Suo fratello maggiore, Lucio Giunio Gallione, era proconsole dell’Acaia quando i Giudei di Corinto trascinarono Paolo davanti al suo tribunale: «Se si trattasse di un’ingiustizia o di un misfatto, o Giudei, io vi ascolterei pazientemente; ma se sono questioni intorno a parole, a nomi e alla vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste cose» (Atti 18:14-15). Un’iscrizione trovata a Delfi, una lettera dell’imperatore Claudio, data il proconsolato di Gallione al 51-52: è l’àncora che fissa tutta la cronologia di Paolo. Nel IV secolo circolò un carteggio apocrifo fra Seneca e Paolo, e Tertulliano chiamò il filosofo «spesso dei nostri»: in realtà i due non si incontrarono mai, ma il confronto fra la saggezza stoica e il Vangelo si giocò, letteralmente, in famiglia.
Dio non è lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: «Poiché siamo anche sua progenie».
Atti 17:27-28
Le eresie dell’età apostolica e la risposta degli apostoli Giudaizzanti, negatori della risurrezione, «filosofi» di Colosse, docetisti, nicolaiti, Cerinto
Paolo lo aveva previsto parlando agli anziani di Efeso: «Io so che dopo la mia partenza entreranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli» (Atti 20:29-30). Due direzioni, dunque: dall’esterno e dall’interno. Nel primo periodo le eresie nascono lungo tre linee, che ritroveremo in tutte le ere successive. La linea legalista: aggiungere qualcosa alla grazia, la circoncisione, la Legge, un calendario, un’astinenza. La linea gnostica: sostituire la fede con una conoscenza superiore, riservata a pochi, che disprezza la materia e quindi il corpo di Cristo, la risurrezione, il matrimonio. La linea libertina: usare la grazia come licenza, «mutando in dissolutezza la grazia del nostro Dio» (Giuda 4). Contro tutte e tre gli apostoli non scrissero trattati: scrissero lettere, e quelle lettere sono il Nuovo Testamento.
1. I giudaizzanti e il Concilio di Gerusalemme (49)
La prima controversia dottrinale della Chiesa scoppiò ad Antiochia: «Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: “Se non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati”» (Atti 15:1). Non negavano Gesù: aggiungevano la Legge come condizione della salvezza. Paolo e Barnaba salirono a Gerusalemme; Pietro ricordò la casa di Cornelio, dove Dio aveva dato lo Spirito ai pagani «senza fare alcuna distinzione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede»; Giacomo citò i profeti; e la lettera del Concilio stabilì che ai pagani convertiti non si imponesse «altro peso» che l’astensione dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione (Atti 15:28-29). È il primo documento dottrinale della Chiesa, e la sua regola, «è parso bene allo Spirito Santo e a noi», è il modello di ogni concilio futuro.
Ma i giudaizzanti non si arresero. Seguirono Paolo in Galazia, dove la lettera ai Galati li affronta con la violenza di chi vede in gioco tutto: «Anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciassimo un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema» (Galati 1:8); «Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia» (5:4). Ad Antiochia Paolo rimproverò pubblicamente Pietro, che per timore «di quelli della circoncisione» aveva smesso di mangiare con i pagani (2:11-14). Da questa battaglia nacque la dottrina della giustificazione per sola fede, che le lettere ai Romani e ai Filippesi svilupperanno. La lettera agli Ebrei combatte la stessa tentazione da un altro lato: credenti giudei stanchi della persecuzione, tentati di tornare al Tempio e ai sacrifici; la risposta è che Cristo è il sacerdote «secondo l’ordine di Melchisedec» e il suo sacrificio è «una volta per sempre» (Ebrei 7-10). Alla fine del secolo i discendenti dei giudaizzanti formeranno una setta vera e propria, gli Ebioniti («i poveri»), che osservavano la Legge, usavano un solo Vangelo (Matteo, in ebraico), rifiutavano Paolo e consideravano Gesù un uomo giusto adottato da Dio al battesimo (Ireneo, Contro le eresie I,26,2).
2. I negatori della risurrezione
A Corinto, città greca, la fede nella risurrezione incontrò l’ostacolo che Paolo aveva già sentito ad Atene: «Come mai alcuni tra di voi dicono che non c’è risurrezione dei morti?» (1 Corinzi 15:12). Non negavano l’immortalità dell’anima, idea greca; negavano che il corpo potesse risorgere. La risposta di Paolo è il capitolo più lungo che abbia mai scritto su un solo tema: se Cristo non è risuscitato, la predicazione è vana, la fede è vana, «siamo ancora nei nostri peccati» e «siamo i più miseri fra tutti gli uomini» (15:14-19). A Efeso, qualche anno dopo, Imeneo e Fileto insegnavano in modo più sottile «che la risurrezione è già avvenuta», cioè che essa è solo spirituale, la nuova nascita; «e sovvertono la fede di alcuni» (2 Timoteo 2:17-18). Paolo aveva già «consegnato a Satana» Imeneo e Alessandro «affinché imparino a non bestemmiare» (1 Timoteo 1:20): la prima disciplina ecclesiastica documentata per motivi dottrinali. A Tessalonica, infine, una lettera falsa, «come se venisse da noi», aveva convinto alcuni che «il giorno del Signore è già venuto» (2 Tessalonicesi 2:2): la prima falsificazione di un documento apostolico, e la prima eresia escatologica.
3. La «filosofia» di Colosse e gli inizi della gnosi
A Colosse, nella valle del Lico, Paolo non era mai stato; vi scrisse dalla prigione perché Epafra gli aveva riferito di un insegnamento che mescolava elementi giudaici (feste, noviluni, sabati, regole alimentari), ascetismo («non toccare, non gustare, non maneggiare»), «culto degli angeli» e pretese di visioni (Colossesi 2:16-23). Paolo lo chiama «filosofia e vano inganno, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo» (2:8). La risposta è la cristologia più alta del Nuovo Testamento: Cristo è «l’immagine del Dio invisibile», in lui «sono state create tutte le cose», «in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità» (1:15-20; 2:9). Se Cristo è tutto, ogni intermediario, angelo, regola o visione è una diminuzione.
Le lettere a Timoteo, scritte a Efeso pochi anni dopo, mostrano l’errore crescere: «favole e genealogie senza fine» (1 Timoteo 1:4), maestri che «vietano il matrimonio e ordinano di astenersi da cibi» (4:3), e soprattutto «le obiezioni della falsa gnosi», la «scienza falsamente così chiamata» (6:20). È la prima volta che la parola compare in senso polemico. Lo gnosticismo vero e proprio, con i suoi sistemi di eoni e il Dio creatore malvagio, esploderà nel secondo periodo con Basilide, Valentino e Marcione; ma le sue radici, il disprezzo della materia, l’élite degli «spirituali», la salvezza per conoscenza, sono già qui, e Paolo e Giovanni le hanno riconosciute e combattute in tempo.
4. Il docetismo e Cerinto: Cristo «venuto in carne»
Alla fine del secolo l’eresia cambiò bersaglio: non più la Legge, non più la risurrezione dei credenti, ma la persona stessa di Gesù. Se la materia è indegna di Dio, Dio non può essersi fatto carne: il corpo di Gesù era allora un’apparenza (dokéo, «sembrare»: da qui docetismo), oppure, nella versione di Cerinto, Gesù era un uomo nato da Giuseppe e Maria, sul quale «il Cristo» celeste era disceso al battesimo per abbandonarlo prima della croce, «perché il Cristo non poteva soffrire» (Ireneo, Contro le eresie I,26,1). Le lettere di Giovanni sono scritte contro questa negazione: «Ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo» (1 Giovanni 4:2-3); «Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri» (2:19); «molti seduttori sono usciti per il mondo, i quali non riconoscono Gesù Cristo come venuto in carne» (2 Giovanni 7). E il Vangelo si apre con la frase che nessun docetista avrebbe potuto scrivere: «La Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi» (Giovanni 1:14). Giovanni insiste sul sangue e l’acqua usciti dal costato (19:34-35), sulle mani e il costato mostrati a Tommaso (20:27): il suo Vangelo è una testimonianza oculare contro chi diceva che la croce era stata un’illusione.
5. Nicolaiti, Balaam e Izebel: la linea libertina
Le sette lettere dell’Apocalisse (capitoli 2-3), dettate dal Signore alle chiese dell’Asia verso il 95, fotografano la situazione dottrinale alla fine del secolo. A Efeso la chiesa ha «messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono» e odia «le opere dei Nicolaiti» (2:2,6). A Pergamo alcuni «professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare», e altri «la dottrina dei Nicolaiti» (2:14-15). A Tiatira la chiesa tollera «Izebel, che si dice profetessa, e insegna e seduce i miei servi perché commettano fornicazione e mangino carni sacrificate agli idoli», e chi la segue conosce «le profondità di Satana» (2:20-24). Il quadro è coerente: un’eresia pratica, che permette ai cristiani di partecipare ai banchetti sacri delle corporazioni e ai culti della città, con la copertura di una «profezia» e di una «conoscenza profonda». Ireneo collegò i Nicolaiti al diacono Nicola di Antiochia (Atti 6:5), ma la notizia è incerta. Giuda e la seconda lettera di Pietro descrivono gli stessi maestri: «mutano in dissolutezza la grazia del nostro Dio e negano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo» (Giuda 4), «promettono la libertà mentre essi stessi sono schiavi della corruzione» (2 Pietro 2:19).
| Eresia | Che cosa insegnava | Maestri e luoghi | La risposta biblica | Fonti antiche |
|---|---|---|---|---|
| GIUDAIZZANTIdal 49 | Circoncisione e Legge mosaica necessarie alla salvezza; i pagani devono farsi giudei per essere cristiani. | «Alcuni venuti dalla Giudea»; Antiochia, Galazia, Filippi («i cani», Filippesi 3:2), Roma | Atti 15; Galati; Romani 3-4; Filippesi 3; Ebrei. «Siete scaduti dalla grazia» (Galati 5:4). | Ireneo I,26,2 (Ebioniti); Giustino, Dialogo con Trifone 47 |
| NEGAZIONE DELLA RISURREZIONEc. 55 – 65 | Il corpo non risorge; oppure la risurrezione è solo spirituale ed è già avvenuta. | «Alcuni» a Corinto; Imeneo e Fileto a Efeso | 1 Corinzi 15; 2 Timoteo 2:17-18; 1 Timoteo 1:20. | Policarpo, Ai Filippesi 7: «chi dice che non c’è risurrezione né giudizio è il primogenito di Satana» |
| ESCATOLOGIA FALSAc. 51 | «Il giorno del Signore è già venuto»; lettere false attribuite a Paolo; abbandono del lavoro. | Tessalonica | 2 Tessalonicesi 2-3: prima l’apostasia e l’uomo del peccato; «chi non vuole lavorare, neppure mangi». | — |
| LA «FILOSOFIA» DI COLOSSEc. 60 – 62 | Feste e sabati, ascetismo, culto degli angeli, visioni; Cristo ridotto a un intermediario fra molti. | Colosse, valle del Lico (Laodicea, Gerapoli) | Colossesi 1:15-20; 2:8-23: «in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità». | — |
| PROTO-GNOSTICISMOc. 63 – 67 | «Favole e genealogie», divieto del matrimonio e di cibi, «scienza falsamente così chiamata». | Efeso, Creta; Imeneo, Alessandro, Fileto | 1 Timoteo 1:3-7; 4:1-5; 6:20-21; Tito 1:10-16. | Ireneo, Contro le eresie, prefazione (cita 1 Timoteo 6:20 come titolo) |
| SIMONE IL MAGOc. 36; Roma sotto Claudio | Si proclamava «la grande potenza di Dio»; magia; salvezza per grazia senza opere né morale; la compagna Elena come «primo pensiero» di Dio. | Samaria, poi Roma | Atti 8:9-24: «Il tuo denaro vada con te in perdizione». | Giustino, Apologia I,26; Ireneo I,23 («da lui tutte le eresie hanno preso origine») |
| DOCETISMOc. 90 – 100 | Il corpo di Gesù fu un’apparenza; non è venuto «in carne»; non ha sofferto realmente. | Chiese dell’Asia; «sono usciti di mezzo a noi» | Giovanni 1:14; 19:34-35; 20:27; 1 Giovanni 4:2-3; 2 Giovanni 7. | Ignazio, Agli Smirnesi 2-5; Ai Tralliani 10 (c. 110) |
| CERINTOc. 90 – 100 | Il mondo creato da una potenza inferiore; Gesù uomo nato da Giuseppe; «il Cristo» disceso al battesimo e ritirato prima della passione; osservanza della Legge. | Efeso | 1 Giovanni 2:22; 5:6 («venuto con acqua e con sangue», non con l’acqua soltanto). | Ireneo I,26,1; III,3,4; III,11,1 (il Vangelo di Giovanni scritto contro di lui) |
| NICOLAITI, BALAAM, IZEBELc. 95 | Partecipazione ai banchetti idolatrici e licenza sessuale giustificate da «profezia» e «conoscenza profonda». | Efeso, Pergamo, Tiatira | Apocalisse 2:6,14-15,20-24; Giuda; 2 Pietro 2; 1 Corinzi 10:14-22. | Ireneo I,26,3; Clemente Alessandrino, Stromati III,4 |
| FALSI APOSTOLI E PROFETItutto il periodo | Autorità rivendicata senza mandato; profezie a pagamento; dominio sulla chiesa (Diotrefe). | Corinto (2 Corinzi 11:13), Efeso (Apocalisse 2:2), 3 Giovanni 9-10 | «Mettete alla prova gli spiriti» (1 Giovanni 4:1); «dai loro frutti li riconoscerete». | Didaché 11: «se chiede denaro è un falso profeta» |
Il solo eretico che la Bibbia nomini con un ritratto completo. Filippo lo trovò a Samaria già celebre: «tutti gli davano ascolto, dal più piccolo al più grande, dicendo: “Costui è la potenza di Dio, quella che è chiamata la Grande”» (Atti 8:10). Credette e fu battezzato, ma quando vide che per l’imposizione delle mani degli apostoli veniva dato lo Spirito Santo, offrì denaro: voleva comprare il potere, non ricevere il dono. La risposta di Pietro, «Non hai parte né sorte in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio», lo mette fuori dalla Chiesa prima ancora che vi sia entrato. Giustino, samaritano anche lui, racconta un secolo dopo che Simone andò a Roma sotto Claudio, fu onorato come un dio e girava con una ex prostituta di Tiro, Elena, che presentava come il «primo pensiero» della divinità, caduta nel mondo e da lui liberata (Apologia I,26). Ireneo lo chiama il padre di tutte le eresie (Contro le eresie I,23): in lui c’è già il modello gnostico, il maestro che si proclama rivelatore, la salvezza come liberazione dalla materia, la grazia senza santità. Le leggende medievali sul suo volo e la sua caduta a Roma non hanno fondamento storico; il suo nome resta nella parola «simonia», il commercio delle cose sante.
Giudeo istruito ad Alessandria, secondo Ireneo, insegnò a Efeso negli stessi anni in cui Giovanni vi era pastore. Il suo sistema è il ponte fra il giudaismo e la gnosi: il mondo non è stato fatto dal Dio supremo ma da una potenza inferiore che non lo conosce; Gesù è un uomo come gli altri, nato da Giuseppe e Maria, ma più giusto e sapiente; al battesimo «il Cristo» discese su di lui in forma di colomba, gli rivelò il Padre sconosciuto e fece i miracoli; prima della passione «il Cristo» si ritirò, e fu Gesù, il semplice uomo, a soffrire e a risorgere (Contro le eresie I,26,1). Osservava la Legge e, secondo altri, attendeva un regno terreno di mille anni di piaceri. Giovanni gli rispose con un Vangelo (Ireneo III,11,1), con la frase «chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo?» (1 Giovanni 2:22) e con il rifiuto di restare sotto lo stesso tetto. Cerinto è il primo a separare «Gesù» dal «Cristo»: la separazione che il quarto Concilio, a Calcedonia, condannerà nel 451 e che il modernismo riproporrà nell’Ottocento con il «Gesù della storia» contro il «Cristo della fede».
Che cosa impariamo dalle eresie del primo periodo
- Nessuna eresia nasce negando tutto. I giudaizzanti credevano in Gesù; Cerinto credeva nel «Cristo»; i nicolaiti profetizzavano. L’errore è sempre un’aggiunta (la Legge), una sottrazione (la carne di Cristo) o una separazione (Gesù dal Cristo, la grazia dalla santità).
- La risposta apostolica non è il silenzio ma la Scrittura. Ogni eresia ha prodotto una lettera: i giudaizzanti Galati e Romani, i negatori della risurrezione 1 Corinzi 15, Colosse la cristologia di Colossesi, il docetismo il Vangelo e le lettere di Giovanni. Dio ha usato gli errori per far scrivere la verità.
- Esiste una disciplina. Ammonire «una prima e una seconda volta» (Tito 3:10), non ricevere in casa chi non porta questa dottrina (2 Giovanni 10), consegnare a Satana chi bestemmia (1 Timoteo 1:20): ma mai la spada. La Chiesa del primo periodo non perseguitò nessuno; fu perseguitata.
- Il criterio è cristologico. «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto in carne è da Dio» (1 Giovanni 4:2). Ciò che si dice di Cristo decide tutto il resto: lo vedremo a Nicea, a Calcedonia, nella Riforma, nel modernismo.
Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciassimo un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.
Galati 1:8
Le persecuzioni del Sinedrio e di Roma Da Stefano a Patmos: perché la dottrina costò il sangue
La persecuzione, nel primo periodo, non fu un incidente ma una conseguenza della dottrina. Il Sinedrio colpì gli apostoli perché «annunciavano in Gesù la risurrezione dei morti» e perché Stefano aveva detto che «l’Altissimo non abita in templi costruiti da mani d’uomo» (Atti 4:2; 7:48). Roma colpì i cristiani perché la confessione «Gesù è il Signore» escludeva ogni altro signore, Cesare compreso. Luca lo dice con una frase che è una dottrina: «Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini» (Atti 5:29). La tavola che segue raccoglie le persecuzioni del periodo, con la fonte che le documenta.
Il Sinedrio (30 – 62)
Prima vennero gli arresti di Pietro e Giovanni (Atti 4), poi la flagellazione dei Dodici, dai quali «se ne andarono via dal Sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù» (Atti 5:40-41). Poi il sangue: Stefano, uno dei sette, lapidato fuori città mentre i testimoni deponevano i mantelli «ai piedi di un giovane chiamato Saulo» (Atti 7:58), intorno al 34. «In quel giorno cominciò una grande persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme; tutti furono dispersi per le regioni della Giudea e della Samaria» (8:1): la persecuzione fu il primo motore della missione. Nel 44 il re Erode Agrippa I, nipote del Grande, «fece morire di spada Giacomo, fratello di Giovanni» e imprigionò Pietro, liberato dall’angelo (Atti 12); poche settimane dopo Agrippa moriva a Cesarea, «roso dai vermi», e Giuseppe Flavio racconta la stessa morte (Antichità giudaiche XIX,8,2). Nel 62, nel vuoto di potere fra due procuratori, il sommo sacerdote Anano, sadduceo, «convocò il Sinedrio e vi fece comparire Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, e alcuni altri, e li fece lapidare come trasgressori della Legge» (Giuseppe Flavio, Antichità XX,9,1): è la morte di Giacomo il Giusto, guida della chiesa di Gerusalemme, autore della lettera. Otto anni dopo il Tempio bruciava, e con il Tempio finirono i Sadducei e il Sinedrio.
Roma: Claudio, Nerone, Domiziano
Roma all’inizio non distinse i cristiani dai Giudei. Nel 49 Claudio «espulse da Roma i Giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di Cresto» (Svetonio, Claudio 25): i tumulti erano quasi certamente le dispute fra Giudei e cristiani nelle sinagoghe di Roma, e fra gli espulsi c’erano Aquila e Priscilla, che Paolo trovò a Corinto (Atti 18:2). Gallione, nel 51, rifiutò di giudicare «questioni di parole e di nomi»: per il proconsole la Chiesa era ancora una faccenda interna del giudaismo, religione lecita.
Tutto cambiò nel luglio del 64. L’incendio di Roma durò nove giorni; la voce accusava Nerone; e Nerone, scrive Tacito, «per far cessare la diceria, presentò come colpevoli e sottopose a pene raffinatissime coloro che il popolo, detestandoli per le loro infamie, chiamava cristiani. Prendevano il nome da Cristo, che sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato… Furono coperti di pelli di animali e sbranati dai cani, o crocifissi, o bruciati come torce per illuminare la notte» (Annali XV,44). È la prima persecuzione di Stato, e la prima volta che un documento romano nomina Cristo. In essa, secondo la testimonianza concorde del II secolo, morirono Pietro, crocifisso, e Paolo, decapitato: Clemente di Roma, trent’anni dopo, ricorda «Pietro, che per ingiusta gelosia sopportò non una o due ma molte fatiche e, resa così la sua testimonianza, se ne andò al luogo di gloria», e Paolo che «dopo aver insegnato la giustizia al mondo intero ed essere giunto fino ai confini dell’Occidente, rese testimonianza davanti ai governanti e lasciò così il mondo» (Ai Corinzi 5). La lettera agli Ebrei, scritta in quegli anni, ricorda ai credenti che «non avete ancora resistito fino al sangue» (12:4) e Pietro, nella sua prima lettera, parla di «prova del fuoco» (1 Pietro 4:12).
Con Domiziano (81-96) la persecuzione cambiò natura: non più un capro espiatorio per l’incendio, ma il rifiuto del culto imperiale. L’imperatore volle essere chiamato «signore e dio nostro» (Svetonio, Domiziano 13) e nel 95 fece giustiziare suo cugino, il console Flavio Clemente, ed esiliare la moglie Flavia Domitilla con l’accusa di «ateismo» e di «costumi giudaici» (Dione Cassio LXVII,14): la formula con cui i Romani designavano i cristiani. In quegli anni Giovanni fu deportato a Patmos, «a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (Apocalisse 1:9), e Ireneo data l’Apocalisse «verso la fine del regno di Domiziano» (V,30,3). Le sette lettere ricordano «Antipa, il mio fedele testimone, che fu ucciso fra voi» a Pergamo (2:13) e annunciano a Smirne «dieci giorni di tribolazione» (2:10). Tutta l’Apocalisse è la risposta dottrinale al culto imperiale: la bestia che pretende adorazione, Babilonia la grande ubriaca del sangue dei santi, e l’Agnello, l’unico degno di ricevere «potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode» (5:12).
| Anno | Autorità | Evento | Fonte |
|---|---|---|---|
| c. 31 | Sinedrio (Sadducei) | Pietro e Giovanni arrestati; i Dodici flagellati e diffidati dal parlare nel nome di Gesù. | Atti 4:1-22; 5:17-42 |
| c. 34 | Sinedrio | Stefano lapidato; dispersione della chiesa di Gerusalemme; Saulo persecutore «fino a Damasco». | Atti 6:8-8:3; 9:1-2; 22:4-5 |
| 44 | Erode Agrippa I | Giacomo figlio di Zebedeo decapitato; Pietro imprigionato e liberato. | Atti 12; Giuseppe Flavio, Antichità XIX,8,2 |
| 49 | Claudio | Espulsione dei Giudei da Roma per i tumulti «impulsore Chresto»; Aquila e Priscilla a Corinto. | Svetonio, Claudio 25; Atti 18:2 |
| 50 – 58 | Città e sinagoghe | Paolo lapidato a Listra, battuto con le verghe a Filippi, processato a Corinto, cacciato da Efeso; «cinque volte quaranta colpi meno uno». | Atti 14:19; 16:22; 18:12; 19:23-41; 2 Corinzi 11:23-27 |
| 58 – 62 | Sinedrio, procuratori Felice e Festo | Paolo arrestato a Gerusalemme, due anni a Cesarea, appello a Cesare, due anni a Roma agli arresti. | Atti 21-28 |
| 62 | Sommo sacerdote Anano | Giacomo il Giusto, fratello del Signore, lapidato a Gerusalemme. | Giuseppe Flavio, Antichità XX,9,1; Egesippo in Eusebio, Storia ecclesiastica II,23 |
| 64 – 68 | Nerone | Incendio di Roma; i cristiani torturati, crocifissi, bruciati; martirio di Pietro e Paolo. | Tacito, Annali XV,44; Clemente, Ai Corinzi 5-6; Tertulliano, Scorpiace 15 |
| 70 | Tito | Assedio e distruzione di Gerusalemme e del Tempio; la chiesa si era ritirata a Pella; fine dei Sadducei. | Giuseppe Flavio, Guerra giudaica VI; Eusebio III,5; Matteo 24:2 |
| c. 95 | Domiziano | Flavio Clemente giustiziato, Domitilla esiliata per «ateismo»; Giovanni a Patmos; Antipa ucciso a Pergamo. | Dione Cassio LXVII,14; Apocalisse 1:9; 2:13; Ireneo V,30,3 |
| 112 | Plinio e Traiano (soglia del secondo periodo) | In Bitinia i cristiani processati per il nome; «cantano un inno a Cristo come a un dio»; Traiano: non ricercarli, punirli se denunciati. | Plinio, Lettere X,96-97 |
Essi se ne andarono via dal Sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù.
Atti 5:41
Dove nacquero le dottrine e le eresie
Tre carte, da ingrandire con un tocco: l’Impero in cui la Chiesa nacque, il secondo viaggio di Paolo con Atene e Corinto, il terzo viaggio con Efeso, la città di Cerinto, dei Nicolaiti e di Giovanni.
I documenti del primo periodo Ciò che resta scritto, fuori dalla Bibbia, sulla fede e sui nemici della fede
Oltre al Nuovo Testamento, pochi testi del primo secolo parlano della Chiesa. Sono preziosi proprio perché non sono ispirati: ci dicono come la dottrina degli apostoli fu ricevuta, ricordata e difesa dalla generazione successiva, e come la videro i nemici.
- La Didaché, «Dottrina dei dodici apostoli» (c. 70-100). Il più antico manuale di chiesa, ritrovato nel 1873 in un manoscritto di Costantinopoli del 1056. Insegna le «due vie», della vita e della morte; il battesimo «in acqua viva» nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, preceduto dal digiuno; la Cena del Signore con la preghiera «come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato uno»; e la prova dei profeti itineranti: «Non ogni profeta che parla in spirito è profeta, ma solo se ha i costumi del Signore… Se chiede denaro, è un falso profeta» (11,8-12).
- La lettera di Clemente di Roma ai Corinzi (c. 96). Scritta dalla chiesa di Roma a quella di Corinto, che aveva deposto i suoi anziani. Testimone del martirio di Pietro e Paolo (cap. 5), della successione apostolica degli anziani (42-44), della giustificazione per fede: «Anche noi, chiamati per la sua volontà in Cristo Gesù, non siamo giustificati da noi stessi, né dalla nostra sapienza o pietà o opere, ma mediante la fede» (32,4). Conservata nel Codice Alessandrino, V secolo.
- Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche (93-94). Il generale giudeo passato ai Romani registra Giovanni il battezzatore, la morte di Erode Agrippa, e la lapidazione di «Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo» nel 62 (XX,9,1). Il passo su Gesù (XVIII,3,3), il cosiddetto Testimonium Flavianum, fu ritoccato da copisti cristiani ma ha un nucleo autentico.
- Tacito, Annali XV,44 (c. 116), e Svetonio, Vite dei Cesari (c. 120). Gli storici romani: l’incendio del 64, il supplizio dei cristiani, Cristo giustiziato da Pilato; l’editto di Claudio «impulsore Chresto»; Nerone che punì «i cristiani, genere di uomini di una superstizione nuova e malefica» (Nerone 16).
- Plinio il Giovane, Lettere X,96-97 (112). Il governatore della Bitinia descrive a Traiano i cristiani interrogati: si radunano prima dell’alba, «cantano un inno a Cristo come a un dio», si impegnano con giuramento a non rubare, non tradire, non mentire; i rinnegati sacrificano all’immagine dell’imperatore e «maledicono Cristo, cosa a cui, si dice, non può essere costretto chi è veramente cristiano».
- Ireneo di Lione, Contro le eresie (c. 180), e Giustino, Apologia (c. 155). Scritti nel secondo periodo ma fonti principali per Simone, Cerinto, gli Ebioniti e i Nicolaiti; Ireneo ha ascoltato Policarpo, che ha ascoltato Giovanni.
Le Scritture testimoniano Dodici versetti sulla sana dottrina e sulla vigilanza contro l’errore
Fonti e bibliografia
- Atti degli Apostoli; lettere di Paolo, Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda; lettera agli Ebrei; Vangelo di Giovanni; Apocalisse (Nuova Riveduta).
- Didaché (c. 70-100); Clemente di Roma, Lettera ai Corinzi (c. 96); Ignazio di Antiochia, Lettere (c. 110); Policarpo, Ai Filippesi; in I Padri apostolici, a cura di A. Quacquarelli (Città Nuova, 1976).
- Giustino, Apologia I,26; Dialogo con Trifone 47; Ireneo di Lione, Contro le eresie I,23-26; III,3-4; III,11; V,30; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica II,23; III,5; III,18-20; III,28.
- Tacito, Annali XV,44; Svetonio, Claudio 25, Nerone 16, Domiziano 13; Plinio il Giovane, Lettere X,96-97; Dione Cassio, Storia romana LXVII,14; Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XVIII,3; XIX,8; XX,9; Guerra giudaica VI.
- Diogene Laerzio, Vite dei filosofi VII (Zenone e gli Stoici), X (Epicuro); Seneca, Lettere a Lucilio; Lucrezio, La natura delle cose; Arato, Fenomeni 1-5; l’iscrizione di Gallione a Delfi (SIG³ 801).
- F. F. Bruce, Gli Atti degli Apostoli (GBU); F. F. Bruce, Paolo apostolo del cuore libero; Giuseppe Ricciotti, Paolo apostolo (1946); James D. G. Dunn, Gli albori del cristianesimo (Paideia).
- J. N. D. Kelly, Il pensiero cristiano delle origini (Il Mulino); Manlio Simonetti, Ortodossia ed eresia tra I e II secolo (Rubbettino, 1994); Henry Chadwick, La Chiesa antica (Mondadori); Marta Sordi, I cristiani e l’impero romano (Jaca Book, 1984).
- Everett Ferguson, Backgrounds of Early Christianity (Eerdmans); N. T. Wright, La risurrezione del Figlio di Dio (Claudiana); Oscar Cullmann, Le prime confessioni di fede cristiane.
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